giovedì 4 novembre 2010

Inceneritore, il segreto dei 315 milioni

Il Piano Economico Finanziario in nostro possesso riserva non poche sorprese, che acuiscono la sensazione che ci siano sotto tanti segreti e misteri, a partire dal costo dell'impianto.
Cosa infatti può giustificare un incremento così imponente dei costi se non la previsione di un ampliamento alla terza linea di incenerimento?
Non è possibile infatti attribuire al solo teleriscaldamento la crescita esponenziale delle previsioni di spesa, messe nero su bianco sul documento pervenuto all'associazione e a molti giornali locali in forma anonima.
I dubbi si allargano anche alla stima dei costi del teleriscaldamento e della tariffa dei rifiuti, come non è poca la sorpresa nel leggere le ipotesi di guadagno della società, mentre continua il silenzio sulla comunicazione ufficiale del Piano Economico Finanziario, da ormai 150 giorni non pervenuto.



Partiamo dai costi. Il progetto definitivo (agosto 2007), su cui è stato autorizzato l'impianto, prevedeva un costo di 175 milioni di euro, di cui 11 milioni per l'acquisto dei terreni (una spesa folle visto che c'erano aree vicine molte meno onerose ma, chissà, chi è stato il fortunato di turno...), 17 milioni di opere di urbanizzazione, 147 milioni di impianti.
Nel 2009 però Enia ottiene un finanziamento dalla Banca Europea Investimenti per 100 milioni. Nella richiesta di accesso al credito viene però dichiarato un investimento di 265 milioni.
E qui i primi 25 milioni fuori previsione emergono alla luce del sole.
Ma lo shock arriva dalla lettura del Quadro Tecnico Economico giunto via posta da Bologna.
In questo documento, i cui contenuti, recita lo stesso, non sono stati comunicati al mercato azionario, esce una verità sconcertante.
Per l'impianto viene stimata una spesa di 205 milioni.
Per la fase di completamento vengono stimati ulteriori 45 milioni.
Per la rete di teleriscaldamento la mazzata finale: 65 milioni.
Non serve la calcolatrice per arrivare al conto definitivo.
L'inceneritore di Parma costerà 315 milioni.
Un rebus da Settimana Enigmistica.
Sappiamo bene che siamo di fronte a delle cifre inaudite e difficilmente concepibili, a meno che non andiamo a parare sull'evidenza di cui nessuno finora ha voluto parlare.
Queste cifre da nababbi non possono che voler dire una sola cosa, terza linea.
Che non è una schiera di armigeri a difesa del costruendo impianto, ma il terzo forno di incenerimento, che spingerebbe la portata dell'inceneritore di Parma a 195mila tonnellate di rifiuti bruciati all'anno.
La diga ora è aperta.
Ora possiamo cominciare a far domande pericolose.
E la scelta dei quesiti, a questo punto, è infinita.
Detto questo, che è lo scoop che cogliamo dal documento, paiono quisquilie, ma non sono, le altre deduzioni colte nella lettura dei segreti fogli.
Ad esempio la tariffa dei rifiuti. Che Iren, il 14 luglio 2010, addirittura con un comunicato stampa, verba volant, scripta manent, afferma che “riporterà le tariffe di smaltimento... ad importi in linea a quelli dell'anno 2008”. Un harakiri, oseremmo dire perfetto, perché nel documento oggi venuto alla luce del sole si stima una “ipotesi di tariffa in linea con il 2009”.
Forse per Iren tra 8 e 9 non c'è molta differenza. Ma per i cittadini sì.
Le tariffe non dovevano scendere con la conquista del forno?
Non era l'esportazione fuori provincia la causa delle bollette salate?
Ora si dice che il risparmio derivati dalla gestione “in home” dei rifiuti è girati alla copertura dei costi di costruzione, altroché far risparmiare i cittadini!
Sull'affare in corso, non meno importanti sono le valutazioni economiche fatte da Iren.
Viene previsto infatti un flusso operativo di 20 milioni annui, di cui oltre 15 ottenuti da incentivi derivati dal recupero energetico e dai certificati verdi.
E meno male che l'impianto di Parma non doveva poggiare sui Cip 6!
L'idea balzana di Iren di bruciare i fanghi da depurazione non ha come scopo quello di salvare i nostri campi dai liquami, ma semplicemente di irrorare le casse di ulteriore business.
Non esiste, né è in previsione, una legislazione che vada verso lo stop degli spandimenti in agricoltura dei fanghi. Anzi, la Comunità Europea è in procinto di aggiornare la legislazione per migliorare la qualità dei fanghi, ritenuti indispensabili per mantenere la fertilità dei terreni.
Sulla trasparenza ci siamo già dilungati in diverse occasioni.
I fogli analizzati hanno dato la prova finale della nostra ragione.
La trasparenza non fa parte del Dna di Iren.
Nella delibera del consiglio comunale di Parma del 2006, dove veniva approvato l'accordo tra Comune di Parma ed Enia per realizzare il Pai, c'è l'esplicito obbligo di fornire tutti i documenti ai cittadini e alle associazioni richiedenti.
Parole al vento.
L'obbligo alla trasparenza è parte integrante della delibera, quindi “condicio sine qua non” per validare l'intero schema. Che per noi oggi è nullo.
Ancora oggi Iren non consegna il Piano Economico Finanziario, negando una volta la sua esistenza, un'altra facendo riferimento ad un fumoso segreto di Borsa.
Nonostante il sollecito del sindaco di Parma Vignali il 19 luglio scorso
Qui l'unica borsa che vediamo ci sembra quella di Iren, che si appresta a gonfiarsi di soldi fino a scoppiare.
A meno che i politici e gli amministratori non ritengano essere giunto il momento di liberare l'aria di tutti questi miasmi, che persistono e inveleniscono gli umori di tanti cittadini, che ieri avevano un briciolo di fiducia, e che oggi, terminato il tempo della fiducia a perdere, pretendono chiarezza, giustizia, verità.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 3 novembre 2010
-550 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, ORA lo possiamo fermare.
+156 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore costa 315 milioni di euro?

martedì 2 novembre 2010

75 giorni

Montale è un comune in provincia di Pistoia dove da anni è in attività un inceneritore contestato per le emissioni di diossina. Emissioni che negli anni hanno colpito gli animali da cortile, i famosi polli alla diossina, ma addirittura il latte materno, contaminato da livelli di diossina che lo renderebbero “invendibile” se fosse proposto al mercato.
Ovviamente le autorità hanno via via rassicurato gli abitanti sull'innocuità dell'impianto, nonostante le evidenze. Nonostante l'impianto sia in gestione ad una società pubblica, la Cis, che si fregia di attenzione e oculatezza sui temi ambientali, che si certifica Iso 9001 con Iqnet Cisq.



E che inquina il territorio, al punto da finire sotto processo.
Lo scorso maggio una manifestazione anti inceneritore aveva portato migliaia di persone tra le strade di Montale, tra cui anche sostenitori del GCR, per testimoniare la vicinanza di Parma anche alla vicende degli altri territori. Una manifestazione pacifica, colorata e allegra, ma che aveva portato le forze dell'ordine a presentarsi in tenuta anti sommossa, con un elicottero che sorvolava minaccioso il corteo, i tombini sigillati, i cassonetti rimossi. Un'atmosfera da guerriglia, come se si volesse far passare il messaggio che gli oppositori fossero dei violenti.
Oggi sono gli amministratori dell'impianto a dover rispondere in tribunale delle emissioni dell'inceneritore. Sono sotto processo l'ex presidente del Cis Giorgio Tibo e il responsabile dell'impianto Maurizio Capocci.
Il giudice Rosa Selvarolo e il pm Emiliano Raganella stanno verificando la loro posizione ma un dato è emerso incontrastabile all'udienza del 29 ottobre. Nonostante fossero a conoscenza di emissioni fuori norma, fecero funzionare l'impianto per 75 giorni, prima dello stop.
Settantacinque giorni in cui dal camino furani e diossine si sparsero sui campi e sulle abitazioni.
Dati che il laboratorio a cui si rivolge la società per i controlli aveva evidenziato ai responsabili, che hanno preferito tacere.
I controlli affidati agli stessi gestori non servono a niente, eccone le prove. Il laboratorio infatti non si è preso la responsabilità di rendere edotte le autorità della situazione, nonostante ci fosse un problema di sanità pubblica e di rischio di contaminazione.
Il processo all'inceneritore di Montale, che proseguirà il 31 gennaio, è una cartina di tornasole per capire cosa in realtà succede nella quotidianità di questi impianti, pericolosi per legge.
I controlli, i certificati, le rassicurazioni, le Bat (le fantasmagoriche tecnologie tecnologiche che ci vengono spacciate come maghi risolvitutto), si rivelano solo specchietti per le allodole.
Una volta accesi i forni, tanti saluti alla qualità ambientale, ciò che conta è il trillo del registratore di cassa, che non si ferma mai.
Tanti rifiuti, tanti soldi.
Tutto qui. Semplice e vantaggioso. Brucio rifiuti, magicamente spariscono alla vista, trasferisco le discariche in cielo. Nascondo le ceneri esauste nel cemento e il gioco è fatto.
Ai posteri tirare le somme tragiche di questo gioco malsano.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 2 novembre 2010
-551 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+155 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

lunedì 1 novembre 2010

Tre volte lo hai detto

Ci sembra più che mai attuale oggi l'invito di Luigi Einaudi a documentarsi e studiare, prima di parlare e di prendere decisioni.
Un buon grado di conoscenza è fondamentale per esprimersi in scienza e coscienza, utile anche per evitare figuracce, come quella che ha visto protagonista l'assessore all'Ambiente della Provincia di Parma Giancarlo Castellani.
Martedì scorso, durante un'assemblea pubblica a Monticelli Terme in cui si parlava di rifiuti, Castellani ha detto davanti a tutti queste parole: “Le diossine non vengono prodotte dal processo di combustione”.
Le ha ripetute tre volte.


L'assessore all'ambiente della provincia di parma Giancarlo Castellani

Per chi non ci volesse credere c'è su YouTube la registrazione del passaggio: http://tinyurl.com/monticelli
Forse l'assessore non ha studiato bene tutti i documenti prodotti in questi anni, o forse Enia (ora Iren), ha omesso certi dati, nelle relazioni in possesso agli amministratori.
I giornali però sono a disposizione di tutti, assessori inclusi.
E sul quotidiano degli industriali, in una nota datata 12 agosto, Iren dichiara che l' inceneritore di Parma emetterà 50 picogrammi di diossine ogni metro cubo di aria in uscita dal camino.
Staranno parlando di un altro inceneritore?
Cinquanta picogrammi di diossine moltiplicati per i 144 mila metri cubi emessi dall'impianto ogni ora sommano 172 milioni e 800mila picogrammi di diossine al giorno.
Una quantità giornaliera pari alla dose massima di un milione e 230mila adulti di 70 kg.
Parma e Provincia contano circa 440mila abitanti, tra cui migliaia di bambini.
La leggerezza con cui si affronta questo tema è inaccettabile.
L'Inventario della Commissione Europea, rapporto finale del 31.12.2000, 3° volume pagina 69, afferma che il 64% delle diossine in Italia scaturisce dagli impianti di incenerimento, mentre i trasporti stradali contribuiscono solo per un 1,1%.
Se lo abbiamo letto noi lo può leggere anche l'assessore Castellani.
E' inaccettabile che un amministratore pubblico ignori certi dati di fatto, ma ancora più insopportabile che davanti al pubblico affermi il falso.
Ci troviamo dinnanzi a due ipotesi: malafede o ignoranza.
Ora ci aspetteremmo che, invece del silenzio che certamente seguirà questa nostra denuncia, ci fosse invece uno slancio di orgoglio, per dire ai cittadini come stanno le cose.
E' in gioco la salute delle persone e il futuro dei nostri figli.
Non c'è spazio per amministratori che addomesticano la verità.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 1 novembre 2010
-552 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+154 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

domenica 31 ottobre 2010

Paga Pantalone

Gli “esagerati” della raccolta differenziata abitano in Veneto, esattamente nei 25 comuni del Montebellunese e della Castellana, che sono passati dalla media del 2008, che si era attestata al 68%, e scusate se è poco, ad un 2010 spumeggiante, 78% di differenziazione nel primo semestre.
Che significa che da quelle parti differenziano il doppio della media nazionale.
E nel territorio non mancano esempi di eccellenza anche sul fronte della tariffazione. E' il caso di Montebelluna dove si è passati ad un costo commisurato alla quantità di rifiuti prodotti, la cosiddetta “tariffa puntuale”, che in pratica premia i cittadini che si comportano con i rifiuti in modo virtuoso e castiga i distratti.



Da metà 2009 l'applicazione di questo tipo di tariffa ha fatto chiarezza sui costi che la collettività deve sostenere per la gestione dei rifiuti, che non riguardano quelli differenziati, che si pagano da soli con i contributi del Conai, ma della quota secca residua, maggiormente difficile da trattare, che ha quindi un costo che le amministrazioni devono sobbarcarsi.
A bilanci fatti questa impostazione ha portato evidenti benefici economici ai cittadini. Se nel resto del Paese il costo pro capite della raccolta dei rifiuti è di 131 euro per abitanti, nel consorzio del Triveneto si scende a 96 euro, con una media per famiglia di 170 euro annui, comprensivi di Iva e contributi provinciali, 150 euro di imponibile, al di sotto delle previsioni del piano economico-finanziario, che è stato dovuto rivedere al ribasso, per la gioia dei contribuenti.
Sono fatti rari che vanno giustamente portati all'attenzione del Paese.
Dice il sindaco di Montebelluna, il fisico ambientale Franco Andolfato: “Il dato del nostro comune presenta pochi casi di bollette alte, che corrispondono esattamente a utenze che si comportano male. Quindi possiamo ancora migliorare”.
A Parma invece stiamo andando esattamente nella direzione contraria. Una piano di gestione dei rifiuti fatto a macchia di leopardo, impostato diversamente secondo il comune in cui ci si trova, porta a percentuali di riciclo scarse, a volte imbarazzanti. L'intenzione del gestore di proseguire il piano di realizzazione dell'inceneritore impedisce di fatto di svoltare verso una tariffazione puntuale come quella del Triveneto.
Addirittura Iren si appresta a bruciare la maggior parte della plastica (83%) raccolta dai cittadini.
I costi enormi svelati con il Piano Economico Finanziario dell'inceneritore, arrivato nella cassetta della posta di alcuni giornali, ci fanno capire che a Parma la tariffe non scenderanno. In Veneto i virtuosi risparmiano, da noi, bravi o cattivi, tutti pagheremo salato il forno inceneritore che non abbiamo voluto, ma che ci hanno imposto.
La politica nel frattempo tace. E se ne frega. Tanto, come al solito, paga Pantalone.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 31 ottobre 2010
-553 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+153 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

Chiacchiere

L'8 agosto scorso avevamo denunciato in piazzale Bartolomeo lo scandalo dei materiali nobili riciclabili (legno, carta, cartone, plastica, organico) stipati nei cassonetti dell'indifferenziato, e quindi destinati, ahinoi, all'inceneritore di turno.



Questa pratica, distruggere materia vergine per alimentare i forni, era stata negata dall'ingegner Ferrari nel corso di una trasmissione televisiva, affermando, testuali parole, “queste cassette vengono riciclate al 99,99%”.
Così ci siamo stupiti quando l'amministrazione comunale, il 19 ottobre, ha annunciato il progetto per recuperare queste cassette, in teoria già riciclate al 99,99%, con le parole dell'assessore Sassi. Ma avevamo salutato comunque con favore la nuova iniziativa, sentendola tutto sommato una vittoria anche un po' nostra.
Così oggi siamo tornati sul luogo del misfatto, quel piazzale Bartolomeo dove ha preso avvio la vicenda, per ammirare gli esiti del progetto, per vedere finalmente riciclato tutto questo ben di Dio altrimenti gettato tra le fiamme dell'inceneritore, e poi respirato sotto forma di fumi tossici.
Eccovi il servizio fotografico relativo.
Avremmo potuto riproporre le stesse fotografie di agosto, tanto il risultato è lo stesso.
I nostri amministratori a quanto pare ritengono le chiacchiere della stessa efficacia dei fatti.
Noi siamo di un'altra opinione.
E quando assistiamo a queste scene, rimaniamo davvero colpiti.
E ci facciamo tante domande.
Senza trarne nessuna risposta.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR
Parma, 30 ottobre 2010
-554 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+152 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

sabato 30 ottobre 2010

Taranto, diossine fuori norma dall'inceneritore

Taranto, diossine fuori norma dall'inceneritore
ma l'assessore Castellani non ha detto che non si producono?

L'inceneritore di Taranto supera i limiti di diossina a maggio, ma lo stop arriva a fine ottobre. Ecco come funzionano i controlli sulle diossine negli inceneritori italiani: monitoraggi ogni 4 mesi e per arrivare ad uno stop ne passano 5.



La linea 1 dell’inceneritore di Taranto è stata bloccata a causa del superamento dei livelli ammessi dalla legge e l’azienda per l’igiene urbana di Taranto (Amiu) ha reso noto di avere arrestato l’attività, a seguito della comunicazione da parte di Arpa Puglia del superamento del limite, in base ai rilievi effettuati lo scorso 26 maggio.
“Le analisi effettuate presso l’impianto della città di Taranto sono state compiute dall’Arpa il 26 maggio, ma sono pervenute all’Azienda solo ieri, e sono risultati valori superiori e fuori norma.” spiega Amiu.
Ecco che allora è svelata in tutta la sua evidenza come le aziende che gestiscono gli inceneritori badano alla salute dei cittadini. Teniamo conto che Amiu è una azienda pubblica, che non avrebbe interesse a fare melina. Non pensiamo nemmeno a cosa succederà in quegli impianti in cui sono delle Spa a gestire tutto il ciclo dell'incenerimento.
Un brivido ci percorre la schiena se pensiamo al 2012 quando anche il nostro inceneritore prenderà avvio con queste stesse misure adottate a Taranto.
Amiu sottolinea in una nota che precedenti e successive rilevazioni, rispetto alla data del 26 maggio, avevano fornito risultati regolari ma, guarda che strano, quelle negative sono arrivate con qualche mese di ritardo. Nel frattempo cosa sarà uscito dal camino non lo saprà mai nessuno.
Per il controllo della diossina, la norma prevede che le misurazioni debbano essere effettuate ogni quattro mesi, e non in continuo, come per altri parametri da monitorare.
“È utile notare” sottolinea l’azienda “che risulta difficile spiegare tecnicamente i dati di maggio, poiché gli sforamenti sarebbero avvenuti in presenza di una temperatura di esercizio della camera di post combustione (certificata da Arpa), superiore ai 1000 °C, elemento necessario all’abbattimento delle diossine”.
“In ogni caso” conclude Amiu “abbiamo immediatamente fermato la linea interessata e analizzeremo il prossimo 2 novembre in Regione gli elementi forniti da Arpa al fine di individuare con il coinvolgimento di tutti gli enti competenti i comportamenti e le soluzioni più adeguati”.
Dichiarazioni imbarazzanti e preoccupanti. Nemmeno sanno spiegare cosa sia accaduto. Viene da pensare a tutto fuorché ad un impianto correttamente gestito e monitorato con attenzione. Le diossine, che secondo l'assessore all'ambiente della Provincia di Parma Giancarlo Castellani, nel processo di combustione “non si producono”, a Taranto riescono a sopravvivere perfino ai 1000 gradi della camera di post combustione.
E noi a Parma ci avviamo con fiducia verso il forno, nel silenzio delle amministrazioni e delle autorità competenti, che quando parlano, lo fanno con poca cognizione di causa.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 30 ottobre 2010
-554 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+152 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

La folle rincorsa delle centrali a biomassa

“Bruciare biomasse per produrre elettricità o teleriscaldamento produce inquinamento, aumenta le emissioni di gas serra, blocca l’innovazione tecnologica e non può essere incentivata con denaro pubblico (certificati verdi). Gli usi energetici delle biomasse sono meno ecologici di quanto si voglia far credere. Negli inventari europei delle immissioni di diossina e idrocarburi policiclici aromatici, il primato assoluto (stime 2005) spetta alla combustione di biomasse”.
Sono le considerazioni di Federico Valerio, uno dei maggiori esperti di chimica ambientale in Italia.



In base agli incentivi rappresentati dai certificati verdi si è andata formando una bolla finanziaria inquinante sulle biomasse, che sta spingendo a dismisura questo tipo di impianti a tutto discapito delle fonti davvero pulite di energia rinnovabile, quali il fotovoltaico, il mini eolico e il mini idroelettrico, distorcendo così il mercato.
“In Italia si parla molto di filiera corta, ma pochi sanno cosa sia concretamente. La biomassa è un prodotto che se viene industrializzato perde la sua rinnovabilità. Va distribuito sul territorio presso tante aziende agricole supportate da infrastrutture da filiera. Filiera corta riporta ad un aspetto commerciale che comunque è l’unico che permetta di poter realizzare impianti a biomassa con un project financing che non superi i 10 anni di ammortamento del capitale iniziale e senza sostegni pubblici”.
E' il pensiero dell'ambientalista Berbera van de Vate, olandese residente in Italia.
Sono questi i punti partenza dai quali sviluppare un corretto ragionamento sulle centrali a biomasse, così di moda oggi, così sconosciute nei loro reali effetti sull'ambiente.
Le piante, come ogni vegetale, crescendo incorporano carbonio che rilasciano nell’aria una volta finito il loro ciclo vitale. La somma finale di tale processo del carbonio è zero.
Ma i “contabili” hanno dimenticato due cose fondamentali per l’effetto serra: il tempo e la massa.
Il tempo di rilascio di CO2 da parte delle piante morte è di decenni, se non di secoli, mentre la loro combustione industriale accelera enormemente tale processo di emissione. Le piante, inoltre, muoiono una alla volta e separatamente nel territorio, a differenza della loro combustione industriale, massiva, continuata e concentrata in uno stesso identico posto.
Con l'incenerimento industriale delle biomasse, le zero emissioni ce le sogniamo: il principio astratto deve fare i conti con il concreto delle enormi quantità di CO2 emesse tutte in una volta.
Viene quindi l'argomento della sostenibilità di tali pratiche.
L’uso di legno da ardere per produrre calore per usi domestici e industriali è da considerarsi sostenibile solo se i pellet o il cippato non derivano direttamente da legna vergine prodotta dal taglio dei boschi, ma da scarti di lavorazione di biomasse primarie: segherie, falegnamerie, lavorazioni di prodotti agricoli con scarti (olive, nocciole), e solo nel raggio di pochi chilometri dall’impianto.
Nessun imprenditore serio, pur disponendo di biomasse, realizzerebbe una centrale termoelettrica con quelle, perché le biomasse sono un combustibile povero, con un potere calorifico troppo basso per renderlo conveniente. Il loro uso diventa appetibile solo attraverso gli incentivi statali, i certificati verdi, la tassa del 7% applicata alle nostre bollette energetiche.
In tal modo il mercato dell’energia viene scombussolato e drogato e si comprende il motivo perché della forsennata rincorsa alle centrali a biomasse di sindaci e amministratori.
Per essere realmente economica, infatti, una centrale termoelettrica, da dati tecnici e di mercato, non può avere una potenza inferiore a 20 megawatt.
Un impianto di tal misura ha bisogno di 100 mila tonnellate annue di biomassa (5 mila tonnellate annue per ogni MW prodotto), impossibili da reperire in loco. Più probabilmente la sua gran parte proviene dai tagli e dai disboscamenti dell’Amazzonia o di altre foreste tropicali, materiale che viene poi trasportato a grandi distanze per essere impiegato come combustibile.
Un impianto con queste caratteristiche è quello di Dobbiaco in val Pusteria (25 MW), che permette il teleriscaldamento domestico e industriale di due cittadine: Dobbiaco e San Candido.
L’industria del legno in tutto l’Alto Adige è fiorente ma certamente non è in grado di produrre scarti e segatura per quell’impianto, e per tanti altri di pari potenza presenti nella regione. Sono gli abitanti stessi a dire che la gran parte della biomassa viene dall’Olanda.
A sua volta quel piccolo stato non ha certo una grande forestazione, ha però il più grande porto europeo, Rotterdam, in cui arrivano navi cariche di legname da ogni parte del globo.
In Alto Adige sono furbi. Eliminano il riscaldamento a gasolio abbattendo l’inquinamento, forniscono un servizio centralizzato alla collettività ad un costo accettabile, non disboscano minimamente le loro stupende pinete, indispensabili al loro fiorente turismo.
Come realizzano tutto ciò? Usando i soldi delle bollette energetiche di noi tutti (certificati verdi) per comprare pezzi di foresta Amazzonica da bruciare.
Proprio bravi! Alla faccia degli accordi di Kyoto e della sostenibilità.
Ci sono impianti assolutamente uguali, se non peggiori, anche in Calabria e Puglia, che si riforniscono alla stessa maniera tramite i porti di Crotone e di Taranto.
Il concetto di rinnovabilità.
La comunità europea, a differenza del nostro paese, ha sospeso gli incentivi alle coltivazioni per la produzione di biodiesel. Se la rinnovabilità delle coltivazioni fogliacee non è in discussione, lo è molto la sottrazione di terreni utili alla produzioni di alimenti che la speculazione legata all’energia induce.
Si tratta di vaste estensioni sottratte a coltivi di qualità e destinate a monoculture quali la soia e la colza, da cui ricavare oli da bruciare nelle centrali a biomasse recuperando incentivi regionali e certificati verdi e l’accesso a finanziamenti europei. Grandi estensioni destinate a pioppeti, il cui ciclo di rinnovabilità è maggiore (circa 2-3 anni), ma ugualmente appetibile.
Ma la rinnovabilità che più ci interessa è quella delle piante, dei nostri boschi.
La rinnovabilità di una quercia o di un faggio è di 20 anni minimo, ma più ragionevolmente di 30. Se un “piccolo” impianto da 1 MW che brucia cippato di legna vergine ne ha bisogno di 25.000 quintali annui, questi corrispondono a 50 mila quintali di ramaglie e di tronchi.
Il doppio del cippato, perché contengono molta più umidità che la cippatura deve eliminare prima di arrivare alla combustione. Questi 50 mila quintali corrispondono ad un bosco di 50 ettari, cioè ad un appezzamento di 1 km per 1/2 km.
La centrale che vorrebbero costruire a Nacca di Vaestano, comune di Palanzano, da quanto dichiarato dalla ditta, dovrebbe appunto bruciare 50 mila quintali di “ramaglie” all’anno.
Calcolando la rinnovabilità dei boschi avrebbe bisogno di 1000-1500 ha di bosco in vent’anni, cioè di un tratto di 10-15 km di lunghezza per 1 km di altezza.
In pratica, per esemplificare, tutto il tratto di pendio boscoso tra Vaestano e Rigoso perderebbe il suo manto arboreo attuale.
Così sarebbe per la zona della val Parma tra Corniglio e Bosco se venisse costruita la centrale proposta per Bosco. Ma così sarebbe per tante altre valli, perché gli altri sindaci non sarebbero certo da meno, ingordi come sono di certificati verdi e di finanziamenti europei.
Il capitolo delle emissioni nocive
Bruciare legna provoca non solo emissioni di CO2 ma anche di sostanze inquinanti e nocive: CO, NOx, PM10, PM5, PM1, benzopirene, diossine e ossidi di metalli pesanti.
Uno studio dell’Arpa di Trento ha quantificato che l’emissione di monossido di carbonio e degli ossidi di azoto da combustione di legna è venti volte maggiore di quella da combustione di GPL.
Ma la cosa più pericolosa in assoluto, come sostiene Stefano Montanari, è che dalla combustione non svanisce nulla. I gas prodotti, una volta a contatto dell’aria, si combinano in mille diversi modi del tutto imprevedibili e forse ancora più nocivi.
Insomma, ogni bruciatore industriale di legna emette diossina. L’impianto, poi, ha bisogno di una consistente quantità di acqua di lavaggio che fatalmente tornerà in falda, inquinandola.
Da subito però inquinerà i nostri torrenti, già ridotti davvero a poca cosa per le troppe captazioni.
Il caso di Monchio
La centrale in costruzione a Monchio delle Corti, cui nessuno fa cenno, è un rebus.
Dai documenti del progetto si evince che la potenza installata è uguale alle altre : 928 Kw ( in pratica 1 Mw).
Tutti i sindaci si attengono al piano provinciale sulle biomasse che non prevede specifiche autorizzazioni dall’alto per al di sotto di questa potenza.
Come dire che per l’ente provincia la sostenibilità di impianti di quella taglia è accettabile di fatto.
L’impianto di Monchio non è un co-generatore, produce solo calore per il teleriscaldamento di 5 stabili: la palestra, la scuola, la casa protetta per anziani, alloggi per anziani e la sede della forestale. Sarebbero bastate cinque caldaie a cippato, con relativi filtri, una per ogni stabile, per un totale di circa 300 Kw.
Sarebbero costate senz’altro meno dell’impianto in costruzione. Un’ottima caldaia a cippato da 35 Kw, con abbattimento dei fumi, costa 15.000 euro. Per la palestra magari una da 150 Kw (33 mila euro). Costo complessivo 100 mila euro, senza contare gli incentivi statali per il rinnovo degli impianti e l’abbattimento dei fumi.
I costi della centrale prevista non sono elevati, 600 mila euro, di cui 300 mila di finanziamento europeo a fondo perduto e gli altri trecentomila presi in prestito dalla cassa depositi e prestiti dello stato ad un tasso agevolato del 3,50%.
Niente di male si dirà. Ma perché spenderne 600 mila invece di 100 mila?
Forse per incassare i fondi europei e potersene far vanto con gli elettori. Ma più probabilmente con l’intento, in seguito, di collegarsi col teleriscaldamento alle case della gente ed eliminare le obsolete caldaie a legna private così inquinanti. Intento meritorio, si dirà.
La cosa, però, richiederà molti altri soldi per creare le infrastrutture di collegamento che percorrano tutto il paese. Soldi non solo del comune, ma anche dei singoli privati che si collegheranno.
In sostanza si tratterebbe, poi, di buttare per aria tutto l’abitato, con scavi e posa dei tubi.
Ne vale la pena?
Non sarebbe meglio creare un fondo comunale per incentivare la sostituzione delle caldaie dei privati con quelle più moderne che abbattono i fumi ? Incentivi che si sommerebbero ai normali incentivi statali già esistenti per tale rinnovo? Oggi il costo di una moderna caldaia a pellet si aggira sui 5 mila euro. Le caldaie per 100 case costerebbero 500 mila euro, che sommate alle caldaie per i già detti impianti comunali darebbero proprio i 600 mila euro previsti per la centrale.
Cosa c'entra la sostenibilità con le centrali a biomasse?
Creare impianti industriali che brucino legna è antieconomico, accelera l’immissione di CO2 nell’atmosfera, accresce il taglio dei boschi a detrimento della loro rinnovabilità e della loro funzione fondamentale di polmone ossigenante e ancor più a detrimento della loro funzione di traino dell’economia turistica a fianco dei parchi.
I parchi non debbono essere delle isole di verde in una montagna soggetta a tagli indiscriminati ed alla speculazione. Al contrario devono fare da traino per una rivalutazione del valore del bosco per la montagna, indispensabile alla sua economia e per impedire il degrado dei suoli e l’accrescersi delle frane.
La nostra provincia, insieme a quella di Lucca, è la più franosa d’Europa.
Qualcosa vorrà dire.

Giuliano Serioli

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 30 ottobre 2010
-554 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+152 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

Acqua da sprecare, orecchie da tirare

Strada che vai spreco che trovi. Abbiamo appena pochi giorni fa reso nota una dispersione “voluta” di acqua potabile, con destinazione tombino, ed ecco che ce ne viene segnalata un'altra, addirittura di proporzioni maggiori.
Siamo sempre in via Lazio, a Parma, e nella foto allegata c'è il “pallottoliere” che ci racconta lo spreco, metro cubo per metro cubo.
Questa volta il getto d'acqua pulita è veramente imponente, 170 metri cubi al giorno, il consumo medio di una famiglia per un anno, e ogni giorno che passa se ne aggiunge una nuova allo spreco di acqua, alimentando le classifiche negative di Parma sul fronte ambientale.
Il contagiri recita 13744 metri cubi, quindi fino a ieri le famiglie che potevano essere servite dal rubinetto fantasma sono 86 e se continua così a Natale saranno 150.



Quante situazioni come queste saranno presenti nella nostra città?
Come vengono gestite, quali provvedimenti vengono presi, come è possibile che per giorni, per settimane, per mesi queste anomalie non vengano sanate?
Come si fa a invitare, sollecitare, formare i cittadini al risparmio di un bene prezioso come l'acqua, per poi essere così distratti in casa propria e buttare nella spazzatura cotanta ricchezza?
Quale credibilità possiamo spendere con queste credenziali?
Nel 2025 la Terra ospiterà circa 8 miliardi di persone, un popolo sconfinato che avrà bisogno di molta acqua, per lo meno il 20 per cento in più rispetto a oggi. Soprattutto per poter soddisfare la richiesta di cibo, visto che in agricoltura si utilizza il 70-80% dell'acqua a disposizione, quando l'industria “brucia” solo il 15%; il resto viene impiegato per usi civili. L'acqua è abbondante sul pianeta, ma già oggi con 6,5 miliardi di uomini, soprattutto là dove vi è la maggiore concentrazione di popolazione, inizia a scarseggiare.
Un uso corretto di questa risorsa sarà quindi indispensabile per tentare di darci un futuro in cui tutti possiamo “bere”.
Un uso corretto che non sembra albergare nei comportamenti del nostro gestore.
Che si merita una bella tirata d'orecchie.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 27 ottobre 2010
-557 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+149 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

martedì 26 ottobre 2010

Primi in classifica

Nel totale silenzio dei media Parma svetta finalmente in una classifica: quella della peggiore qualità dell'aria dell'Emilia Romagna. Il dato fa riferimento alla concentrazione nell'aria delle famigerate Pm 10, il particulate matter, termine generico con il quale si definisce un mix di particelle solide e liquide che si trovano in sospensione nell’aria e in questo caso della dimensione inferiore a 10 micron.



Gli studi epidemiologici hanno mostrato una correlazione tra le concentrazioni di polveri in aria e la manifestazione di malattie croniche alle vie respiratorie, in particolare asma, bronchiti, enfisemi. A livello di effetti indiretti inoltre il particolato agisce da veicolo per sostanze ad elevata tossicità, quali ad esempio gli idrocarburi policiclici aromatici. Gli ultimissimi studi sulla qualità dell'aria hanno riportato la diretta correlazione tra aumento delle concentrazioni di Pm 10 e l'asma, allargando così il campo di azione di questi inquinanti.
Il dato record di Parma è stato registrato dall'Arpa il 24 ottobre e assomma a 105 microgrammi di Pm 10 per metro cubo di aria. Teniamo conto che la normativa prevede come soglia massima di concentrazione 50 microgrammi, quindi siamo riusciti a doppiare il dato limite, dopo averlo superato per 4 giorni di fila.
Abbiamo raddoppiato la quantità di inquinanti che la legge considera dannosa per la salute.
Ma questa constatazione non pare abbia fatto scattare alcun provvedimento da parte delle autorità, forse ormai abituate a respirare un composto che solo lontanamente assomiglia all'aria come noi la pensiamo. Nessun blocco del traffico, nessun appello, nessun allarme.
Siamo di fronte ad una situazione molto grave, dall'inizio dell'anno abbiamo superato i limiti per 39 giorni nel punto di rilievo della Cittadella, per 44 giorni in via Montelbello, quando i limiti di legge consentono in un anno superamenti per 35 giorni.
E naturalmente siamo solo a fine ottobre e ci aspettano due mesi come novembre e dicembre, che non faranno mancare il loro apporto negativo.
Non che Piacenza (90 µg/m3), Reggio (98 µg/m3), Modena (93 µg/m3), Bologna (97 µg/m3), siano messe meglio, anzi. Questa è la prova che il nostro territorio, quarta area più inquinata al mondo, ha una conformazione che non depone a favore di un ricambio dell'aria, ma anzi il suo clima umido schiaccia al suolo l'aria causando un ristagno degli inquinanti che dura a volte intere settimane.
Il particolare clima di casa nostra insomma ha fatto diventare la pianura padana il peggior ambiente in Europa, la scarsa ventilazione ha portato a far insaccare al suolo gli inquinanti che si spargono poi anche fuori dai centri urbani maggiormente abitati.
La scarsità di forestazione, a favore di una coltivazione intensa, ha fatto che si che la natura non potesse contrapporre alcuna difesa naturale, nel tentativo di controbattere con l'ossigeno degli alberi tutti questi veleni.
Ecco come siamo messi. Ma il nostro territorio ha scoperto la soluzione e la sta mettendo in atto. A Ugozzolo stanno costruendo un oggetto meraviglioso che ogni anno farà aumentare l'emissione di Pm 10 di 3 tonnellate e passa. Noi il Pm 10 lo misuriamo in microgrammi, finalmente con l'inceneritore non avremo bisogno della lente di ingrandimento.
Al Gran Premio della Pm 10 non avremo avversari.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 26 ottobre 2010
-558 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+148 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?

domenica 24 ottobre 2010

A bocca aperta

Non possiamo nascondere la sorpresa che ci ha colto ieri sera nell'aprire la cassetta della posta. Un bustone con l'indirizzo stampato e incollato con una etichetta e nessun indizio sul mittente.
Nell'aprirlo non senza una certa apprensione la sorpresa si è trasformata in una sensazione di solennità assolutamente inaspettata.
Perché la busta contiene il Piano Economico Finanziario, o quello che Iren ritiene esso sia, che da una prima veloce lettura assomiglia a qualche appunto e previsione di massima e sicuramente non è quel metodico foglio denso di cifre che una banca pretende prima di dare un finanziamento.



Non è certamente su questi scarni fogli che si può progettare una spesa di oltre 250 milioni di euro, per una holding che fattura oggi miliardi di euro e non si può permettere di scherzare sui conti.
Il primo foglio della anonima missiva, il timbro postale è quello di Bologna, la data quella di venerdì 22 ottobre, l'ora non la si capisce, rivela che lo stesso plico è stato indirizzato a una serie di testate locali e, altra ammissione, ci siamo un pochino inorgogliti di essere inseriti nei portatori di interesse che sono stati destinatari della lettera: Parmadaily, Gazzetta di Parma, Informazione di Parma, Polisquotidiano, Teleducato.
Ora che i fogli sono a nostra disposizione li caricheremo senz'altro sul sito in bella evidenza, per dare la possibilità a tutti i cittadini di avere maggiori informazioni su cosa sta preparando Iren a Ugozzolo.
Perché alcune chicche le possiamo già da ora raccontare.
Ad esempio i costi, che su questi fogli vengono indicati in 252 milioni di euro, una cifra distante anni luce dai 175 sbandierati nel progetto del Pai approvato dalle autorità.
Un'altra bugia che si smaschera da sola è quella delle tariffe.
Iren ha sempre sostenuto che le tariffe dei rifiuti sono superiori a quelle di Reggio e Piacenza per l'assenza a Parma di un inceneritore. E che le tariffe sarebbero scese, una volta costruito l'impianto, a quelle del 2008. Nel Pef invece c'è scritto che le tariffe applicata saranno quelle del 2009.
Consapevolmente hanno sostenuto una bugia. Una cosa assai grave, dal nostro punto di vista.
Ma c'è di più e di più grave.
Tra le pagine c'è anche scritto che il risparmio ottenuto non esportando rifiuti sarà colmato dalle spese per la costruzione dell'inceneritore.
Una affermazione enorme e grave. L'inceneritore doveva servire a calmierare le tariffe ed ora scopriamo che Iren era ben conscia del contrario.
Semplicemente il business che oggi fanno altri, accogliendo i rifiuti di Parma, lo si vuole trasferire sui bilanci della multiutility targata Torino e Genova, facendo pagare tutto, sul fronte economico e su quello sanitario, ai cittadini del nostro territorio.
Non c'è stato tempo di approfondire ulteriormente le carte e le prossime ore saranno sicuramente dedicate a questa operazione.
Ora ci sentiamo di domandare. Chi sapeva?
Se ci fosse un solo minimo sospetto che i nostri amministratori fossero al corrente di queste situazioni, hanno tradito non solo i loro elettori, ma l'intero consesso.
Va da sé che ci aspetteremmo in tal caso una presa di responsabilità.
E le dimissioni immediate.

Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Parma, 23 ottobre 2010
-560 giorni all'avvio dell'inceneritore di Parma, NOI lo possiamo fermare!
+146 giorni dalla richiesta a Iren del Piano Economico Finanziario del Pai, forse perché l'inceneritore ci costerà molto di più di 180 milioni di euro?