mercoledì 27 luglio 2011

Montagna, la meraviglia e il disastro

Ad un turista o ad un camminatore la nostra montagna appare come un regalo meraviglioso della natura. Il manto verde dei boschi risale compatto lungo i suoi versanti, occupando quelli che fino a quarant’anni fa erano solo dirupi e prati.
Il verde si insinua in frane antiche, rassodandole, si inerpica per pendii rocciosi colonizzandoli, arriva ormai fin sopra gli alpeggi e oltre i laghi glaciali, conquistando nuovi spazi in altitudine.
Tutto quel verde, agli occhi di chi è preoccupato per l’ambiente, appare come una benedizione.
Una maggior massa traspirante di piante significa aria più pulita.
Una maggior produzione di ossigeno si traduce in maggior contrasto ai veleni che risalgono dalla pianura. Vuol dire maggior sequestro di CO2, in contrasto all’effetto serra.
E significa anche maggior contenimento delle polveri sottili, che fumi di industrie e inceneritori producono sempre più, unitamente alla crescita tentacolare di autostrade, l'incremento delle auto circolanti con i loro mefitici scarichi.



Ma ad un montanaro che abita e vive ancora in uno di quei borghi di alta quota, tutto quel verde, cresciuto oltre ogni immaginazione, gli rammenta il sempre maggior abbandono in cui versa la sua terra.
La popolazione è sempre più composta di anziani, il lavoro è quasi scomparso e i pochi giovani, già attratti dalle luccicanti illusioni delle città, se lo vanno a cercare là.
Il turismo invernale si è rivelato un miraggio.

Non c’è neve per tutto l’inverno e non c’è abbastanza freddo perché duri quella artificiale sparata con i cannoni. Le piste sono quasi sempre inutilizzate e tanti soldi pubblici sono stati sprecati inutilmente per spianare interi versanti dei crinali, abbattendo le foreste.
La gente che scia, poi, scavalca i borghi, senza lasciar cadere nemmeno la mancia.
Ma è il turismo complessivo che è in ritirata.
In montagna va sempre meno gente. I fine settimana e il mese di agosto non bastano a sostenere le attività commerciali, ogni anno qualche altro negozio chiude. Le scuole di certi borghi sono già a rischio chiusura e nei prossimi anni verranno trasferite altrove.
Ogni posto o servizio che chiude è percepito dai montanari come un disastro, a cui non sanno opporsi.
Le proposte di sviluppo che puntano ad ambiente e natura sono viste dai montanari come fumo negli occhi, non si vede infatti in esse uno sbarramento al disastro.
I montanari invece sono pronti ad osannare chiunque proponga qualcosa di concreto, fosse pure un progetto speculativo, purché dia loro qualcosa, anche solo l’illusione di una possibilità di vantaggio economico seppur minimo.
Sono disperati e diventano facile preda della speculazione.
E la speculazione è sempre al lavoro, non dorme mai.
Magari ripropone vent’anni dopo la diga di Vetto, o un suo surrogato minore, approfittando del fatto che produrre energia da fonti rinnovabili è un mantra in grado, oggi, di aprire tutte le porte e di coprire qualsiasi malefatta.
E’ risaputo, ormai, che ogni diga al mondo accresce l’erosione a monte e sottrae acqua a valle, invece di conservarla. Le perdite di acqua causate dalle centrali Enel in val Cedra sono del 50%, secondo una stima Iren. Una diga sottrae territorio: boschi e pascoli, invasi dall’acqua. Una diga non serve a limare le piene, perché stante l’altezza dell’acqua che deve restare costante per la produzione di energia elettrica, quando l’acqua sale velocemente per le piogge, la diga deve scolmarla subito per evitare che tracimi e che ne sia travolta.
L’erosione, accresciuta a dismisura, riempirà velocemente di argille rosse, tipiche della val d’Enza, il bacino che si formerà, interrandolo. Si ridurrà così progressivamente sia la produzione di energia che di acqua pulita, a causa dell’accresciuta mole della depurazione. I soldi ricavati caleranno e quelli promessi alla montagna come compensazione si ridurranno da bricole a niente.
Il lago che si creerà sarà di color rosso, intonato alle argille, che significa che spazzerà via ogni illusione di ipotetico sviluppo turistico.
Oppure la speculazione si getterà sulla legna da ardere, come già sta avvenendo.
Interi ripidi versanti sono diventati desolatamente nudi, presto saranno preda dell’opera dilavante dell’acqua, senza più il freno della massa compatta degli alberi. Altre frane e collegamenti stradali interrotti ne saranno la logica conseguenza.
Strade che sono già seriamente logorate per il continuo via vai di mezzi pesanti e autocarri che portano altrove la legna.
Il prezzo della legna sta addirittura calando, è oggi a 6 euro al quintale, che significa che l’offerta ha già superato la pur consistente domanda. La speculazione in questo caso ha messo radici più degli alberi e si taglieranno sempre più piante, per sempre meno soldi. La sostenibilità dei tagli, dicono i dati della comunità montana Parma est, è già fuori controllo ed è a rischio la stessa rinnovabilità dei boschi.
Così la tendenza attuale verrà invertita e tutto quel verde comincerà a diminuire.
Anche alla faccia di quel funzionario della Provincia che in un’assemblea pubblica a Langhirano affermava che “siamo seduti sul petrolio senza saperlo: la legna”.
Il picco della legna lo si raggiungerà, di certo, molto prima di quello del petrolio, che pure è già al limite.
La speculazione punta soprattutto sulle energie rinnovabili.
In montagna, tranne eccezioni come il municipio di Monchio, i comuni sono in bolletta, quando non addirittura indebitati, e la speculazione ha gioco facile ad impiantare parchi fotovoltaici, facendo man bassa degli incentivi, lasciando ai comuni solo i soldi dell’affitto dei terreni.
Si può fare anche peggio, come i progetti di parchi eolici di cui si sente parlare sempre più spesso.
I massicci investimenti necessari escluderanno ancor di più gli enti locali, a tutto vantaggio delle finanziarie e delle aziende costruttrici, golose di certificati verdi. La poca energia che produrranno non compenserà i danni ai crinali e alle cime, con disboscamenti ulteriori per le strade e cementificazioni imponenti per i basamenti delle torri eoliche.
E siamo arrivati alla ciliegina sulla torta.
In Regione e in Provincia si annuncia l'intento di impiantare nella nostra montagna decine di centrali termiche a cippato di legna, prodotto col taglio industriale dei boschi, soprattutto di castagno.
A sentir loro c’è un’enorme serbatoio di legna disponibile ogni anno, qualcosa come 393 mila tonnellate. Ma i conti sono sballati e fasulli. I tagli si sommerebbero a quelli della speculazione della legna da ardere, già eccedenti la sostenibilità ambientale dei nostri boschi.
Ogni borgo dovrebbe così avere la sua centrale a biomassa, che emetterà fumi e polveri sottili in quantità industriali, visto che il filtro a ciclone previsto non abbatterà gli inquinanti se non in minima parte.
Le centrali dovrebbero sostituire col teleriscaldamento le stufe a legna dei privati cittadini e le loro ben più nocive emissioni. Nella realtà, la maggior parte delle abitazioni riscaldano già con moderne stufe a pellet le cui emissioni sono di circa 5 mg/m3, mentre quelle delle centrali sono di 50 mg/m3 dieci volte in più, sempre a patto che l’umidità del cippato non superi il 20%.
Eventualità molto difficile: occorrerebbe che fosse sempre secco.
Il progetto è comunque antieconomico. A fronte di un costo elevato della centrale e del tracciato del teleriscaldamento, centinaia di migliaia di euro, che graverebbe sulle casse del comune, sarebbe molto meglio sovvenzionare con un sostegno finanziario piccole e moderne stufe a pellet per le private abitazioni, che tra l'altro otterrebbero dallo Stato il contributo del 55%, detraibile in 3 anni dalle tasse.
In sostanza le grandi centrali a legna sono inquinanti ed antieconomiche, ma soprattutto accrescono il disboscamento, riducendo di fatto il sequestro di CO2.
E' giunto il tempo di sfatare la convinzione che l’incenerimento di biomasse legnose sia a somma zero di CO2. Un versante denudato col taglio raso, con quelle sottili e rade matricine rimaste, impiegherà anni perché abbia una massa traspirante sufficiente a catturare la stessa CO2 di quando il bosco era in piedi, mentre la legna prodotta dal taglio e bruciata in poco tempo, immetterà in ambiente, e subito, una grossa quantità di anidride carbonica.
Affermare che bisogna accrescere le superfici boschive e nello stesso tempo considerare le biomasse legnose parte integrante delle foti rinnovabili è una contraddizione che non sta né in cielo né in terra e che l’Europa deve risolvere.
L’unico patrimonio che ha la montagna è dato dai boschi, dall’aria pura e dall’acqua pulita.
Se un ambientalista cerca di condividere questo pensiero con i montanari, loro sbuffano e si spazientiscono.
Non gli basta.
Vogliono che i borghi tornino a vivere.
E hanno ragione.
Questo però non succederà, se rinunciano anche ad una sola di queste risorse.
Chiunque proponga progetti insostenibili sbandierando compensazioni in soldi o posti di lavoro (poche briciole, poche unità), in realtà ha in mente di portarsi via ben di più, a favore del proprio portafoglio, a scapito dei territori.
Sia esso un amministratore, un politico o un’impresa, di speculazione stiamo parlando.
Una delle strade da percorrere per aiutare la montagna a crescere è usare il fotovoltaico per raggiungere l'indipendenza energetica e per finanziarsi.
Fondare ad esempio una Esco, capitalizzarla per ottenere il mutuo e diventare proprietari dell’impianto, coinvolgendo i tetti e gli artigiani del paese.
I soldi ricavati posso avviare la ristrutturazione dei borghi orientata al risparmio energetico. Defiscalizzare completamente, e per un considerevole numero di anni, chiunque voglia stabilirsi in montagna ad avviare un’attività artigianale, mettendogli a disposizione la possibilità di prestiti a la disponibilità gratuita di uno stabile abbandonato da ristrutturare.
Applicare norme per le produzioni alimentari artigiane diverse dall’industria, in modo da non impedire lo sviluppo di piccole attività richiedendo tecnologie ed impianti sovradimensionati.
Accordarsi a livello intercomunale per un sito comune di macellazione carni e conservazione refrigerata degli alimenti.
Proporre all’università la creazione di laboratori post laurea nei borghi, per l’avviamento al lavoro e alla ricerca su committenza sociale dei neolaureati. Laboratori che, con l’appoggio finanziario delle fondazioni bancarie, siano in grado di operare direttamente sui problemi della montagna: frane, strade, alvei dei fiumi, zootecnia, forestazione ed energia.
Legare lo sviluppo turistico allo sviluppo dei parchi, privilegiando un turismo consapevole dell’ambiente e legato ad una ricezione sia agrituristica effettiva che ad una ristrutturazione e crescita della ricezione delle alte vie, tipo Lagdei, Lagoni, rifugio Lago Santo.
Un turismo minuto ma attivo, capace di trovare da sé i canali logistici e culturali della propria diffusione, a tutto vantaggio della rivitalizzazione dei borghi.

Giuliano Serioli

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